top of page

Cosa sta succedendo in Congo?

Writer's picture: Koinè JournalKoinè Journal

di Lucia Cucchietti.


Il 27 gennaio scorso il gruppo di ribelli M23 ha conquistato la città di Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dopo un lungo stallo durato alcuni mesi. Durante un intervento al Consiglio dei diritti umani dell’ONU in Svizzera, la Prima Ministra della RDC, Judith Suminwa ha affermato che secondo le stime sono state uccise più di settemila persone nel Nord Kivu, la provincia confinante con il Ruanda in cui il gruppo paramilitare nato nel 2012 ha sempre operato. Non solo: sono inoltre stati registrati alcuni casi di colera nei dintorni di Goma, aumentando il rischio umanitario nella regione. Grazie ai dati raccolti e ai rapporti redatti dalla MONUSCO (la missione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo, con sede proprio a Goma), sappiamo che sono state commesse numerose violenze da entrambe le parti belligeranti nei confronti della popolazione civile, soprattutto su donne e bambini.


Dopo il 27 gennaio i ribelli si sono mossi verso sud, nella regione del Sud Kivu. Per farvi fronte, il Burundi ha dispiegato ulteriori truppe per supportare le forze armate congolesi. Tuttavia, non sembra che ciò abbia fermato i ribelli dal continuare la loro avanzata, poiché il 16 febbraio hanno conquistato Bukavu, capoluogo della provincia. L’esercito congolese si è facilmente arreso e ha lasciato la città, mentre una parte della popolazione accoglieva i ribelli come dei liberatori. Rispetto ai primi anni di operato, il movimento paramilitare ha iniziato ad attuare delle regole di ingaggio, che definiscono l’uso della forza nei teatri di guerra, ed è radicalmente cambiato nel modo di combattere. L’esercito congolese, invece, pare sempre più debole e incapace di affrontare l’offensiva dei ribelli, soprattutto dopo il ridimensionamento della MONUSCO voluto dal Presidente Tshisekedi.


A chi non si interessa della regione può sembrare una notizia di secondo piano, ma così non è. Questo avvenimento segna il risveglio di un conflitto che era rimasto per anni latente e che vede come attori principali anche il Ruanda e l’Uganda. Un conflitto con radici culturali, etniche, economiche e storiche antiche, legate anche al genocidio ruandese del 1994. Una situazione figlia di una colonizzazione sanguinolenta e di una decolonizzazione traumatica e travagliata, che hanno fatto diventare la Repubblica Democratica del Congo ciò che è adesso: uno degli Stati esistenti più ricchi di risorse, ma al contempo uno dei Paesi più poveri al mondo. Le discutibili decisioni politiche prese dai due ultimi Presidenti del Paese, Joseph Kabila e Felix Tshisekedi, inoltre, non hanno giovato alla crisi delle regioni orientali. Entrambi hanno incentivato la frammentazione del Paese, frammentazione che ha favorito la speculazione sul conflitto e non ha permesso lo sviluppo di apparati adatti a arginare e risolvere la crisi dilagante in RDC.


La conquista di Goma, ovviamente, non è stata casuale. Dal punto di vista economico, la regione del Kivu è ricca di terre rare – o minerali critici- dal quale dipende gran parte della tecnologia mondiale e di conseguenza la transizione green, ma anche di oro e risorse energetiche. Per questo motivo il Ruanda è accusato di mire di occupazione sulla regione da parte della RDC. Dal punto di vista storico-etnico, invece, il nord è abitato da entrambe le etnie che sono state protagoniste del genocidio del Ruanda, i tutsi e gli hutu, ed è stata anche un importante teatro di scontri durante le due Guerre del Congo (1996-1997 la prima, 1998-2003 la seconda). Quando i tutsi ripresero il potere in Ruanda e misero fine al genocidio nel luglio del 1994, alcuni hutu scapparono nei territori dei due Paesi confinati: RDC e Uganda. Si può dunque ben comprendere perché la storia dei due (tre) Paesi è così intrinsecamente collegata: il Ruanda ha sempre temuto il ritorno degli hutu e voluto proteggere i cittadini congolesi di etnia tutsi.


Ma come nasce l’M23 e quale legame esiste tra i ribelli e il Ruanda?


L’M23 nasce da una branca del più grande movimento a maggioranza tutsi, il Consiglio Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), creato con l’obiettivo di proteggere la popolazione congolese di etnia tutsi presente nel Kivu dalle violenze a base etnica perpetuate nella regione e integrato nelle Forze armate della RDS con l’accordo di pace del 23 marzo 2009, siglato con l’allora Presidente Joseph Kabila. Gli atti di ribellione dell’M23 iniziarono nell’aprile 2012, quando i membri si ammutinarono contro il governo della RDC e il contingente di pace della MONUSCO a causa, secondo la loro versione, della scarsa implementazione dell’accordo di pace. Nei suoi primi anni, nonostante un primo successo nella conquista di Goma, il gruppo era molto disorganizzato e aveva poca presa sulla popolazione locale. La sua sconfitta nel 2013 fu dovuta principalmente a due fattori: la forte pressione internazionale contro il Ruanda e il cambiamento di assetto della MONUSCO, che venne dotata di una Brigata di andamento rapido.


Di conseguenza, buona parte dei ribelli – tra cui Sultani Makenga, il capo dell’ala militare - si rifugiò in Uganda. Il gruppo di ribelli è rimasto dormiente per quasi dieci anni, fino al novembre 2021, quando sono ripresi gli scontri nel territorio di Rutshuru nel Nord Kivu. È proprio a partire dalla ripresa di questi scontri che lo UN Group of Experts on the Democratic Republic of the Congo sottolinea nei suoi rapporti il legame esistente tra il Ruanda e l’M23, nonostante il Paese abbia sempre negato qualsiasi implicazione. Gli esperti hanno individuato sia la presenza di un gran numero di truppe ruandesi tra le fila del movimento ribelle sia le prove dell’addestramento delle truppe del gruppo in Ruanda e in Uganda.


Inoltre, il report del 27 dicembre 2024 sottolinea come il gruppo stia reclutando civili per formarli e farli diventare i quadri amministrativi di una nuova amministrazione nel Nord Kivu. Per questi motivi, da una parte il governo della RDC identifica l’M23 come una forza di occupazione di un Paese straniero all’interno dei confini del proprio territorio, mentre dall’altra sia l’amministrazione Biden sia l’amministrazione Macron avevano più volte chiesto al Ruanda di smettere di finanziare operazioni militari in Congo.





Image Copyright: Il Sole 24 Ore

Comments


bottom of page