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M - Il figlio del secolo (2024)

Writer's picture: Koinè JournalKoinè Journal


di Stefania Chiappetta.


L'ultima puntata di M - Il figlio del secolo, la serie tratta dall'omonimo romanzo di Antonio Scurati (il primo di cinque volumi), ha lasciato dietro di sé un grande silenzio. O più correttamente ha imposto il silenzio, sostituendolo ai discorsi prodotti dopo la messa in onda dei primi due episodi su Sky, lo scorso 10 gennaio. Tacciata di inesattezze storiche, di possibili pericoli imitativi, la serie scritta da Stefano Bises e Antonio Serino e affidata poi alla regia di Joe Wright ha dimostrato puntata dopo puntata di essere un progetto che nel nostro paese mancava, non esisteva.


M, proprio come il suo protagonista, è un incastro storico che straborda, segnando un passaggio importante nella serialità Italiana contemporanea. Attraverso la forma del romanzo, Antonio Scurati racconta il Fascismo e la sua ascesa dall'interno, adottando un punto di vista che sovrappone all'immagine propagandistica di Mussolini, in particolare quella tramandata dalla immagini dell'Istituto Luce, una visone diversa. Sicuramente più umana, ma anche più buffonesca e perciò strutturalmente violenta, attribuendo alla dittatura una dimensione concreta, contemporanea. 


Dalla matrice letteraria il dispositivo mediale intercetta una scomoda vicinanza, favorendo un confronto diretto con lo spettatore che ha il valore politico di una presa di coscienza. Per farlo si utilizza la quarta parete che, in campo cinematografico, stabilisce quel muro immaginario interposto tra lo schermo e lo spettatore: una separazione che tiene comodamente al sicuro l'audience dalle immagini che scorrono. L'espressione rompere la quarta parete si riferisce al preciso momento in cui, il personaggio, consapevole di essere osservato guarda dritto nell'obiettivo della macchina da presa. Il muro divisivo allora cade, i confini diventano labili e la realtà circostante non è più così sicura come si credeva. 


Ben consapevole di questo, il Benito Mussolini interpretato da un camaleontico Luca Marinelli stravolge il modo in cui la nostra cultura ha scelto di raccontare il personaggio. Non più una lontananza reverenziale, non più un potere già consolidato con folle urlanti, ma un resoconto in continua progressione che aumenta con le puntate. Mussolini\Marinelli si rivolge da subito allo spettatore, raccontandosi e raccontando la sua creatura, il fascismo. Dapprima lo fa in modo invasivo, interrompendo il flusso degli eventi storici\narrativi per dimostrare il suo punto di vista e raccattare appoggi, consensi politici.


La prima puntata, che inizia con la creazione dei Fasci di Combattimento nel marzo del 1919, lo vede in una taverna di Milano male illuminata e sporca. Nella prima scena guardando dritto in macchina, con il primo piano illuminato da una luce blu, ci ha informati che lui è "come le bestie" riesce a sentire il tempo che viene e, aggiunge, sente che lo ameremo. Prima ancora di  ottenere il potere, il giornalista 35enne che non ha i soldi per pagare la carta del suo giornale Il Popolo d'Italia, ci ha già strumentalizzati, abbindolati, stabilendo la prosa della sua futura comunicazione politica


Nella serie di Joe Wright lo spettatore viene utilizzato come una pedina, un oggetto che raccatta il calcolato bipolarismo di Mussolini. Il corpo di Luca Marinelli, cambiato dal trucco di scena e dai kg presi per interpretare il ruolo, buffoneggia, stabilisce una pericolosa corrispondenza che implora devozione. Ecco che copriamo la relazione clandestina di Mussolini con Margherita Sarfatti; inveiamo contro Cesare (Cesarino) Rossi quando le cose si mettono male; nascondiamo subdolamente quello che pensiamo di Gabriele D'annunzio e della questione Fiumana. Poi orrendamente occultiamo le tracce dell'omicidio di Giacomo Matteotti.


Una volta che il meccanismo seriale si innesca e le puntate procedono, la prossimità intima con lo spettatore si sgretola. Marinelli\Mussolini non si racconta più, non chiede più appoggi, bensì si rivolge allo spettatore per pretendere, imporre, piegare, spezzare, colpire. La tecnica comunicativa, che nella serie è evidenziata attraverso i discorsi tenuti da Mussolini, riecheggia quella del populismo contemporaneo: si costruiscono i nemici sfruttando le insicurezze del popolo, strumentalizzando la paura e alimentando l'odio.

 

La regia di Joe Wright si muove come su un palcoscenico - come spesso succede ai suoi film, basti solo pensare ad Anna Karenina (2012) - in cui l'ascesa del fascismo, alimentata dai fuochi della "vittoria mutilata", utilizza una messa in scena contemporanea. Le immagini sono un crescendo, dove gli anni (1919 - 1925) che vedono la scalata di Mussolini verso il potere, diventano segmenti da decostruire e riempire. Intercettando quello che era il sentimento dell'avanguardia Futurista, menzionato nella serie come modo per far progredire culturalmente il paese, i movimenti di macchina sembrano ricalcarne l'appartenenza, diventando invasivi e caotici


La velocità è il motore che alimenta il montaggio della serie: per restituire la violenza strutturale del partito fascista, si crea una sovrapposizione nelle immagini. Quindi si gioca coi punti di vista, utilizzando spesso la disinquadratura che inclina la visione d'insieme, o ricreando le immagini d'archivio dell'Istituto Luce che hanno da sempre la funzione di tramandare la realtà storica. Appare chiaro che a dover cambiare è soprattutto la trasmissione in immagini di Benito Mussolini, per cercare nuovi orizzonti comunicativi e rappresentativi


Mussolini non è solo il figlio del secolo, come il titolo scelto da Scurati ci ricorda, è anche figlio delle immagini mediali: dei filmati, delle foto, delle registrazioni che lo vedono protagonista e, perché no, anche del cinema. Rompere quel muro che divide il nostro tempo dalla storia del 900', che non mostra l'irrazionale gesto dell'uomo ma solo il corpo che detiene il potere, è un atto necessario di rivendicazione identitaria e culturale.



Image Copyright: IMDB.

 
 
 

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